Butoh, la ragione del corpo

Roberta Bagni

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Ogni giorno che passa, ogni foglia che cade, ogni fiore che s’apre m’accorgo sempre più che il corpo, quale mezzo espressivo fondamentale, ha la sua ragione, il suo pensiero, la sua memoria e ha -sempre ragione. Il corpo puro, il corpo memoria, il corpo natura, il corpo spirito vivo e pura materia. Nella pittura come nella danza esistono dei metodi per dare al processo creativo e al suo risultato più contenuto, più vita, più emozione.

Ogni artista inventa il proprio processo, ogni artista trova la sua strada. A volte lo si cerca col metodo, a volte è innato, altre volte ancora accade di trovarlo per serendipità, spesso è un dono che non accettiamo. Prendiamo come esempio il disegnare un albero, vi sono tante opzioni: l’albero dal vero, l’albero inventato, l’albero astratto e ogni artista ha il suo metodo per rappresentare queste varie possibilità. Io desidererei dare attenzione a tutte le possibili opzioni grafiche in un solo atto creativo, cioè dare attenzione a tutto quello di cui la mia mente e il mio corpo hanno memoria riguardo l’albero in questo caso, perché il mio albero sia completo per me, per la mia idea di rappresentazione.

Allora mi lascio pervadere dall’albero, apro un dialogo, uno scambio. Mi soffermerei sulla sensazione del calore che provano le foglie sotto i raggi del sole, alla vita che scorre sotto la corteccia, per disegnare l’albero io voglio diventare albero, per disegnare una farfalla voglio diventare farfalla, così che ogni segno artistico possa uscire dalla mia mano come azione d’una memoria, d’un viaggio corporeo, mentale, spirituale.

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In quel momento di connessione tra ala di farfalla e mano il processo creativo si estingue e lascia spazio al vero vivere. Non la mente ma il corpo vive il sole, il freddo, l’umidità, il vento; la mente è come la scatola nera di un aereo. Non è la scatola nera a volare ma l’aereo. Il piccione in volo con uno stelo d’erba secca è già nido. La sua intenzione è viva e presente.

Posso sentire il segno nascere dalla mano e posso sentire, mentre dipingo sulla carta o sulla tela o su qualsiasi altra superficie, che in realtà sto dipingendo dentro me stessa. Pittura nell’arte e corpo danzante nella danza. Tutti questi processi di assimilazione possono essere trasmutati da gesto a movimento e da movimento a gesto così che il corpo diventi pittura nella danza e la pittura un corpo danzante. Una danza della vita.

Grazie al butoh i miei desideri di espressione e di vita si sono resi ancora più forti e scalcianti. Cos’è il butoh? Danza o non danza, filosofia di vita o non filosofia, questa parola si modifica di momento in momento, è come il Tao: più lo si cerca e meno lo si raggiunge. Ora la scena contemporanea del butoh è profondamente trasformata rispetto alle sue prime generazioni, spesso ci circonda, spesso lo circondiamo.

Non tutti i danzatori butoh danzano il vero butoh”, non è difficile udire questa frase, spesso è veritiera, ma cos’è la verità? Cos’è il “vero butoh”? A volte è solo un punto di vista. La meraviglia del butoh è che è illimitato in ogni sua forma, anche se la difficoltà di coglierlo sta nel fatto che è di una nuda e cruda semplicità, ride e ironizza sui movimenti barocchi e preimpostati, è un satiro che si aggira tra cigni e che può trasformarsi egli stesso in cigno e divorare e ricreare ciò di cui è circondato, ciò che ama e odia, giocare con ciò che detesta, fare qualcosa che non vuole fare.

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L’importanza dell’atto è la realtà del movimento, il suo viverlo totalmente, il suo sentirlo, il suo mimarlo anche, ma che in ciò ci sia veridicità, altrimenti è pantomima generica, con tutto il rispetto per quest’arte magica. Nel butoh si viaggia stando fermi, si diventa ciò che si danza e siamo liberi di rimanere immobili, in tal caso sarà la nostra presenza a danzare: siamo liberi. Siamo fatti della stessa materia di cui è fatto il cosmo e la nostra memoria è la memoria di ciò che ci circonda, il nostro corpo può sperimentare gli stadi animali come gli stadi vegetali e minerali, è proprio danzando la pietra che si acquisisce un flusso capace di modificarci interiormente, questo è danza, la danza tra micro e macro-cosmo ci appartiene più di quanto immaginiamo.

Un’altra frase guida è: “il danzatore non danza, ma «è danzato»”; per sperimentare e aprirsi alle esperienze è necessario creare un vuoto in cui lasciar crescere i movimenti, i movimenti non sono pensati ma agiti come la spontaneità del gesto infantile, il magico cadere infantile. La fiamma brucia il dito se viene toccata e la mente non perde tempo dicendosi: “oh, la fiamma brucia (mentre il dito è ancora sulla fiamma) sarà meglio che io lo sposti da lì”; piuttosto la reazione immediata e istintiva è l’allontanamento immediato del dito dalla fiamma: ricreare questo stato per la danza è essenziale, un sorriso, un abbraccio, una lacrima, un urlo, un fiore che cresce sulla bocca, una foresta sulla schiena, un fiore cieco che cerca la luce, un cameriere dai piedi dolenti che cerca di rimanere in equilibrio correndo con un vassoio pieno di cristalli.

Il vuoto e la completa apertura e l’abbandono della mente ci permettono movimenti minimi per consentire la massima espressione del sentimento mantenendo l’equilibro tra energia e controllo. A volte il corpo impazzisce e lo si lascia andare, lo si osserva, lo si percepisce nel suo ritornare alle origini di corpo naturale, nella sua rabbia, sofferenza o estasi.

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Spesso durante la danza non ci si accorge di cosa e dove si danzi, semplicemente siamo, semplicemente stiamo, in questo tempo presente, come in una cerimonia in cui si consacrano antiche forme di vita, memorie della terra, l’essere il qui e ora in piena umiltà di fronte all’inesauribile pienezza di ciò che ci circonda. Questa “danza” è intensamente connessa con molte altre culture. È la danza della morte e della vita, capace di rendere visibile l’invisibile, di riconnettere con antiche forze. Si riscontrano somiglianze in vari riti antichi nel mondo, dalle tribù indigene e aborigene ai riti sciamanici siberiani o degli indiani d’america.

La chiamavano la “danza delle tenebre”, ovvero “Ankoku butoh”. Fu lo scrittore Mishima a darne la definizione vedendo danzare Tatsumi Hijikata. “Danza delle tenebre”, dei luoghi oscuri che ci appartengono nel nostro intimo più profondo, nelle paure, nelle gioie, nelle connessioni col tutto. Le nostre sinapsi possono diventare come vene di clorofilla, i nostri piedi possono baciare la terra e possono avere occhi per ammirarla. Butoh è anche una pratica liberatoria, si oppone a qualsiasi restrizione, sociale e morale per liberare l’individuo dalle catene dell’illusione. Kazuo Ohno affermava che “chiunque può danzare butoh”. Non esistono tecniche, ognuno può trovare la sua personale espressione nei movimenti. Mentre Tatsumi Hijikata disse: “Perché non ritorniamo solo al nostro corpo?“. A tal proposito concludo con questa breve, illuminante e concisa definizione:

L’identità si manifesta più flessibile e diversificata di quanto noi crediamo; l’Oriente e l’Occidente, gli antenati, gli animali, le piante, la terra, l’universo sono tutti nel corpo. Attraverso questo processo siamo in grado di connetterci con le nostre tradizioni e le altre culture, i nostri antenati, la terra e l’universo. Il corpo è il paese del nostro spirito. Ciò che dobbiamo imparare dai fondatori del butoh non è lo stile, ma il metodo per approfondire la nostra anima e il nostro corpo; il metodo, attraverso la danza, che ci permette di superare il nostro ego e di metamorfosare tutto l’universo. Questo processo non dovrebbe limitarsi a un genere chiamato “butoh”, piuttosto dovrebbe essere il tema più radicale degli esseri umani, della danza e delle culture. La nostra missione è la ricerca e lo sviluppo di questo metodo universale per consegnarlo alle generazioni future. Allo stesso tempo abbiamo anche bisogno di creare uno spettacolo dal cui corpo emerga lo spirito del tempo, del suo spazio. (Motimaru Butoh Dance Company)