“La Voce degli Alberi”

Atelier “La Voce degli Alberi: gli alberi ci parlano, impariamo ad ascoltarli”. A.s. 2016/2017

Mattino, sole, aria di primavera e voci di bimbi che risuonano dalle stanze. Per cinque incontri a materna, ad ogni appuntamento, prelevo dalle stanze i cuccioli che porterò fuori in giardino, a cercar materiali, come piccoli perlustratori e ricercatori con occhi di falco e orecchie di volpe. Che non ci scappi nulla! Un sassolino, una lumachina, uno stelo di erba, una foglia, un ago di pino. E poi dentro, nella biblioteca, per creare e fare arte con le forme della natura. Una ciurma di sei o sette bimbi dai quattro ai sei anni. Tutto parte dal giardino, dalla natura.

Il giardino è uno scrigno pieno di tesori. Ci sono colori, profumi, odori, rumori e alberi, ohhh… gli alberi. Vedete, esistono tanti alberi, voi quali conoscete? Dopo questa domanda, solitamente, cominciano tutti a parlar di mele 🙂 , giustamente, sono buonissime, le mele, ma esistono tanti tipi di alberi, oltre a quelli da frutto: alberi enormi, cosi grandi che quasi non se ne vede la fine e ci sono alberi piccoli piccoli, alcuni sono stretti e alti, altri larghi e bassi. Sono tutti diversi e bellissimi, proprio come noi.

Ma, gli alberi, cosa fanno?

Fiori, foglie, frutti!

E poi? Si spostano?

Noooo!

Vanno in autobus o in motorino?

Ma no!

Prendono la macchina?

No!

Quelli più grandi vanno al bar a bere il caffè?

Ma no, ma cosa ci dici Roberta?

Ma parlano, gli alberi?

Nooooo…

E invece siiiii!

Sapete, esistono degli uomini sempre alla ricerca di cose nuove e stanno scoprendo che gli alberi, tra loro, parlano! Addirittura si aiutano a vicenda! Ma la loro è una lingua silenziosa, è un altro parlare. Una voce senza suoni, una lingua misteriosa, magica e voi, fuori, in giardino, ne avete sicuramente alcuni grandi o piccoli, tutti da scoprire! Magari avete un “albero mamma”, un albero che si cura di tutti gli altri alberi! E sapete qual è la cosa che mi stupisce di più? (Dico, mentre sfogliamo un bel libro trovato in biblioteca, ovviamente sugli alberi) Che gli alberi, anche il più grande, come questo (mostro una sequoia), nascono da questo (mostro un seme).

Come fa un albero a sapere che dovrà crescere e a sapere tutto il resto, cioè come fare foglie e frutti e ingrandirsi, a partire da qui dentro? (Mostro nuovamente il seme). Non è già questa, forse, una magia? Una vera magia che ci scappa da sotto agli occhi perché le vere magie si nascondono e sembrano spesso cose “normali”.

Questo atelier esiste grazie al Comune di Ravenna, all’associazione Fatabutega e a tutti gli altri atelieristi che ogni anno si incontrano, per parlare di un tema da portare ai bimbi delle materne. Devo ringraziare tutti loro se quest’anno posso parlare di alberi, tema che mi è particolarmente caro.

Successivamente ad un incontro con le maestre e i maestri delle materne, ho cercato di sviluppare il tema seguendo un percorso riferito anche all’ identità, un po’ come se noi fossimo gli alberi e gli alberi fossero noi, come fratelli e sorelle, identità vegetali. Anche il giardino è noi e noi siamo il giardino, siamo tutt’uno con ciò che ci circonda.

Come lavoro finale, oltre alle esperienze dei piccoli grandi partecipanti, esposte in una piccola mostra, alle scuole materne rimarranno “capanne-nido”, volti per alberi fatti a partire da un progetto dei bambini, da un volto d’argilla e un gioco di costruzione e creatività in legno di Ibisco. I volti per gli alberi sono realizzati  in cartapesta, dipinti con argilla e terra del giardino della materna, protetti  da un fissativo idrorepellente e fissati sugli alberi scelti, pronti per essere decorati.

Dopo tutta questa ricerca creativa sugli alberi, potremo, forse, arrivare almeno a sentirli ridere di gioia?

Sarebbe meraviglioso.


 

Vademecum: la “Fiaba Creativa”

In copertina un meraviglioso acrilico su legno di Olaf Hajek dal titolo “Nature Man 3”.

L’anno che sta per passare è stato un anno pieno di novità, un anno intenso. Un cambio di casa, una nuova sede lavorativa, tante nuove idee e soddisfazioni , nuove e adorabili persone sono entrate nella mia vita.

Per prima cosa non posso fare altro che parlare del Centro la Lucertola di Ravenna, un luogo meraviglioso in cui sono approdata grazie all’Associazione Fatabutega, un centro per l’ambiente con una falegnameria fantastica! E certamente, non solo la falegnameria 😀 (anche il prezioso magazzino pieno di materiali). Un ottimo staff pieno di persone competenti e creative, da anni e per l’anno che è in arrivo se ne vedranno delle belle (potete seguirci sulla pagina Facebook).

Ma veniamo al dunque, esiste un mondo, quello della creatività, che permea ogni cosa. Io lo vedo ovunque, dal pulviscolo alla foglia, dall’insetto all’albero, dalla terra alle galassie. Ogni cosa per me è arte (e danza, ma questo meriterebbe un altro articolo). In tutto ciò si può ben capire che con così tanta arte che ci circonda ovunque non si possa che creare confusione, ad un certo punto. Come dare un senso alle cose? Gli umani hanno sempre cercato di riprodurre a loro immagine e somiglianza (si, mi ricorda qualcosa) tutto ciò che non gli era direttamente visibile, per catalogare l’inspiegabile ed ecco comparire fate, gnomi e folletti. Esiste un altro luogo in cui l’invisibile viene catalogato, questo luogo che partecipa dell’infinito è nei simboli. I simboli a loro volta navigano nei fiumi della memoria, pronti a scaturire da ciò che Jung chiamava inconscio collettivo, sostando tra favole e miti. Fantasie e creatività possono iniziare a prendere forma, senso compiuto, soltanto modificando l’ordine di apparizione e successione di questi simboli, giocando con la dinamicità e capacità di trasformazione di questi simboli. Ne sa qualcosa il Signor Propp con la sua Morfologia della fiaba o l’immancabile Gilbert Durand con Le strutture antropologiche dell’immaginario.

Per me e il mio personale percorso, in poche parole > arte> creatività> fantasia> simboli> fiaba.

(La casa della strega Baba Yaga secondo Feng Zhu design)

Sta prendendo forma, tramite questo susseguirsi di parole e forme, ciò che io chiamo la “Fiaba Creativa”, in essa vi rientrano tante tecniche pittoriche, scultura, manualità creativa di ogni forma, danza e movimento. Un sentiero, quello dei simboli, codificabile attraverso altrettante forme espressive. Quest’anno abbiamo, con i bambini del Laboratori Pinocchio, incontrato una strega che ci ha fatto lavorare e dividere la carta, creato rifugi e nidi, disegnato mappe, percorso boschi verticali e ponti lunghissimi, castelli, incontrato animali magici. Stiamo crescendo vivendo la favola creativa, creiamo e viviamo nella fantasia, riportiamo il nostro immaginario su carta o nella scultura, rendiamo viva la favola.

Apprendere quindi tecniche espressive e vivere, per così dire, un percorso iniziatico, è possibile anche sin dalla tenera età perché ogni prova di vita è una iniziazione alla meraviglia che ci circonda e non c’è nulla di meglio dell’arte per poterlo vivere.

Per avere una idea generale di tutto ciò che è avvenuto in un anno di laboratori vi invito a visitare la mia pagina Pinterest My Lab. Pinterest è un canale che utilizzo molto per conservare le documentazioni e creare uno spazio attivo di ricerca da poter condividere con genitori e insegnanti. Molti dei miei incontri o progetti di partecipazione sono conservati in forma di immagini e appunti su alcune cartelle, come potete vedere in questo sito sulla pagina Atelier del portfolio, dedicata ai laboratori, alla qualificazione scolastica e alle letture animate.

Uno degli animali magici che accompagna gli eroi nella favola, nato in uno dei nostri incontri ai Laboratori Pinocchio

Con questa modalità da me ideata (non ho inventato nulla, ho soltanto attinto dalle “acque dei simboli e della creatività” nominando ciò che ho appreso), quella della favola creativa, intendo quest’anno strutturare gran parte dei miei laboratori e letture animate ad alta voce, cucendo tra loro simboli, libri, ricerche, mito e ambiente, alle volte anche intime mitologie personali, esperienze per creare sempre nuovi racconti narrativo-espressivi, perché Il bambino non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere, diceva un certo François Rabelais.

In questo percorso rientrano i Laboratori Pinocchio di quest’anno, citati precedentemente, con il tema del viaggio per il quale ho scelto il titolo “Il mito, la fiaba e l’arte. Siamo tutti Ulisse, siamo tutti Pinocchio”, gli incontri come atelierista alle materne di Ravenna con “La voce degli alberi. Gli alberi ci parlano… impariamo ad ascoltarli”, le letture in collaborazione con l’associazione Fatabutega e la Biblioteca Ottolenghi di Ravenna con “Giardini sottosopra: letture all’ombra di un albero” e la qualificazione scolastica sempre in collaborazione con l’Associazione Fatabutega, con “Legumi: un tesoro per l’uomo e l’ambiente”.

 

“Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita,

vuol dire conservare la curiosità di conoscere,

il piacere di capire, la voglia di comunicare”

(Bruno Munari 1986)


 

 

L’uovo della rinascita

“All’inizio non vi era che il non-Essere. Esso fu l’ Essere. Crebbe e si cambiò in uovo. Riposò tutto un anno e poi si divise. Apparvero due frammenti di conchiglia: l’uno d’argento, l’altro d’oro. Da quello d’argento venne la terra, da quello d’ oro, il cielo. Dalla membrana esterna vennero le montagne, dalla membrana interna le nubi e le brume; dalle vene i fiumi; dall’acqua della vescica l’oceano.” (Chandogya Upanishad)

Krishna nella sua forma cosmica Krishna nella sua forma cosmica

La nascita del mondo a partire dall’uovo è comune in molte culture, dai celti ai greci, dagli egiziani ai tibetani, dagli indù ai cinesi e ai giapponesi. Tra i tanti racconti della genesi che troviamo nel mondo non è difficile imbattersi nel nulla, nel caos primordiale dal quale, un uovo contenente la vita, si rompe, causando la nascita degli elementi naturali, degli animali e degli uomini. Somma perfezione contenente tutte le cose, manifestazione dell’invisibile che viene alla nascita, l’uovo rappresenta l’attesa della vita che si prepara alla “luce”.
Sì, l’uovo è una preparazione alla luce, alla possibilità che quanto contiene si manifesti, si renda visibile. Con l’uovo è spesso rappresentata la potenza creativa della luce. L’uovo non è mai primo ma rappresenta la moltiplicazione in atto, la prima differenziazione e  il rinnovamento del ciclo periodico della Natura. Mircea Eliade interpreta l’uovo non tanto come nascita ma come rinascita. In questa interpretazione è possibile immaginare l’uovo come matrice che ciclicamente contiene e crea. Donare l’uovo è quindi donare la luce in potenza, la luce della conoscenza, del capire, dell’aprirsi al mondo con nuove consapevolezze di anno in anno. Tra i giochi tradizionali del mondo ne esiste uno in particolare che rinnova questa magia: “Il combattimento delle uova“, che consiste nel cercare di rompere l’uovo sodo, precedentemente decorato, dell’avversario, tramite dei colpetti. Perde colui al quale l’uovo si rompe (curioso che qui il significato di perdita o vincita sia molto relativo poiché è dalla rottura che avviene la ‘rinascita’).
Nella nostra tradizione pasquale è il coniglio, anticamente la lepre, che si occupa di donar uova. Ma come mai una lepre dovrebbe donare uova? La lepre è un animale simbolico legato alla Dea Madre, Demetra, Madre Terra e ne rappresenta il grembo, il suo riposo è in piccole caverne sotterranee, grembo della terra ed è da questo grembo che viene l’uovo, o come direbbe René Guénon, è dalla caverna, dal cuore, dalle profondità del buio, che possiamo intendere le potenzialità della luce: è l’uscita dalla caverna che ci dona il “venire alla luce”. Il periodo di Pasqua, il rinnovo della Natura, sono un augurio per tutti noi di trovare nuova luce, nuovi cammini da percorrere per accrescere la nostra consapevolezza. Decoriamoci l’anima, rinnoviamoci, rinasciamo dunque.

Kore ovvero Proserpina, figlia di Demetra, con un seme in mano Particolare della statua di una Kore che tiene in mano un uovo (o un seme), figlia di Demetra e Giove.


 

Giocando con Madre Na Tura

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Cosa accadrebbe se giocassimo con Madre Na Tura mettendoci al suo posto per un giorno? Chi è Madre Na Tura? La Mamma di ogni cosa, la prima Mamma, creatrice del mondo assieme al Signor Evo Luzione.

In questo laboratorio liberamente tratto dal racconto Madre Na Tura decide di cambiare il mondo di Alberto Moravia  (dalle Storie della preistoria), che verrà letto ai partecipanti, ci inoltreremo sino all’origine dei tempi per creare maschere teatrali di animali tutti nostri, partendo dai tre preferiti di ciascun partecipante e mescolandone le caratteristiche, quasi un capriccio creativo.

I bambini avranno modo di approfondire e rinforzare certe necessità interiori quali: bellezza, forza, agilità, eleganza e altro lavorando con le caratteristiche peculiari degli animali prescelti. Un laboratorio creativo per riflettere sulle cose poiché partiremo da oggetti riciclati come bottiglie di plastica, tappi, cartone, scatolette, stoffe sino a trasformare lo scarto in opera artistica.

Cercheremo di capire da dove vengono le -cose- e perché saperle usare sia importante, come racconta Annie Leonard nel video La storia delle cose, che vedremo insieme nel luogo in cui si terrà il laboratorio: il Golem di Urbino.

Un incontro per riflettere sull’importanza dell’ambiente, della Natura e dei suoi tempi, delle sue magie e, a pensarci bene, dei suoi miracoli.

Il laboratorio è rivolto ai bambini che frequentano la IV e la V elementare e prevede un massimo di 15 partecipanti. Per partecipare è necessario iscriversi contattando l’indirizzo e-mail: g.errede@gmail.com

. Giocando con Madre Na Tura Locandina del laboratorio

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Le origini della maschera

Grotta di Gabillou ( Dordogne, France) Uomo bovide.
Uno degli “sciamani danzanti”, personaggio della grotta dei Trois Frères, che mimetizzato tra gli animali sta saltellando.

 

“Molto tempo fa quando il mondo era nuovo di zecca…
gli esseri viventi si assomigliavano tutti ed erano molto diversi da come sono oggi.
Non avevano idea di cosa sarebbero diventati”
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(La preistoria, Enciclopedia dei ragazzi (2004), di Maria Arcà, Elisa Manacorda)

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Sostando di tanto in tanto in inverno, in un ritiro interiore, si finisce per pensare alle stagioni che lo precedono e lo seguono, e ai corrispondenti “stati dell’essere”. Ne risulta un ciclo di trasformazione continua: la capacità di sopravvivere delle specie viventi e dell’uomo risiede nell’adattabilità al continuo mutamento.
Così viaggiando, prendendo respiro, nel ciclo delle metamorfosi della natura, nel susseguirsi delle stagioni e delle loro celebrazioni si giunge a pensare un’espressione artistica che dia forma alla metamorfosi. Ed è il momento di accogliere le maschere del carnevale, cioè il Carrus Navalis (carro navale), dove tutto è al contrario, le visioni si rovesciano, i mondi cambiano. Il carnevale porta maschere e travestimenti uniti in un’esplosione di colori e temi. Cos’è la maschera se non l’abito della trasformazione? L’indossare un flusso, rappresentare la permanenza del mutamento: “ciò che non muta e permane sotto ogni trasformazione”.

Quest’anno l’ho aperto su questo blog con l’augurio di vivere il seme che è albero, e l’albero che è seme. In seme e albero è nascosta una grande potenza, quella della trasformazione. Quasi fantastichiamo, a carnevale, a immaginare come germoglierà il nostro seme nella futura primavera. Giochiamo a inventare, a creare nuove possibilità.
Con la maschera e le sue molteplici capacità possiamo vivere più facilmente la trasformazione. Indossare una maschera è cambiare e rinascere sotto altri aspetti, proprio come il seme diventa albero, poiché non vi può essere sviluppo senza trasformazione.

Quando sono nate le prime maschere? Le prime sono indubbiamente legate al mondo della natura, sono natura, l’uomo è animale e l’animale è uomo. In certi casi uomini e animali si mescolano, divenendo ibridi. Accadde in molti luoghi del mondo, ad esempio nelle variopinte grotte francesi come  Lascaux, la Grotta Chauvet, risalente a 30.000 anni fa e la Grotta di Gabillou (Dordogne, France) in cui troviamo un curioso Uomo bovide.
Da epoche memorabili gl’ibridi uomo-animale hanno rappresentato la magia del cambiamento, sia per utilità –come la caccia necessaria all’uomo per sopravvivere–, sia come preghiera o ritualità nelle varie religioni. Dall’ibrido si sono susseguite ulteriori trasformazioni in cui maschere e travestimenti hanno mantenuto il loro ruolo di  “mezzo di trasporto” da uno stato all’altro dell’essere, una tessera nel ciclo della vita.

Il termine “maschera”, dalla voce preindoeuropea masca, significa “fuliggine”. La fuliggine, componente aerea e sottile della cenere, d’un rogo, indica un’ulteriore trasformazione del seme e dell’albero: da legno a calore, fiamma, luce e infine fuliggine. La fuliggine tinge di nero le mani, è traccia di un mutamento, quasi un fermarlo, ritrovarlo. Una delle prime forme di mascheramento veniva attuata tramite il trucco, attraverso la pittura di volto e corpo con terre e probabilmente con la fuliggine, resto dei pasti e della vita intorno al fuoco.
Stregone, Les trois Frères. Rilievo di H. Breuil da A. Leroi-Gourhan, I primi artisti d'Europa Stregone, Les trois Frères. Rilievo di H. Breuil da A. Leroi-Gourhan, I primi artisti d'Europa
Non ci sono fonti che indichino con certezza l’origine della maschera ma per certo abbiamo dei meravigliosi esempi di pitture, incisioni rupestri, sculture paleolitiche che ci indicano il profondo legame tra uomo e animale e la rete di cui siamo parte in questo ecosistema.

Pittura rupestre del Paleolitico (1500 a. C. ca.)

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Giovannin senza paura

 

Questa favola è un valido esempio di iniziazione alla paura per i nostri piccoli che mira a infondere coraggio. È una storia edita da Calvino che presenta alcuni elementi tipici della fiaba infantile, genere perpetuato attraverso una tradizione umile e familiare, con caratteristiche in questo caso, data la prossimità della festa di Halloween, “paurose e truculente” come scrive lo stesso Calvino, caratteristiche in gran parte opposte a quel che sono oggi i requisiti della letteratura infantile. Entrare nell’atmosfera di questa fiaba è facile,  basta immaginare un focolare, una vecchia poltrona e un narratore maturo che racconta ai nipoti la terribile storia di ″Giovannin senza paura”. Si può partecipare al terrore che la voce infonde nell’animo dei piccoli uditori quando descrive il fischiare delle canne all’esterno del palazzo e pronuncia le terribili parole: -“Butto butto, butto giù nel nome di Dio! E butupum dal camin vien giù una gamba”.  Si racconta dunque ai ragazzi ciò che nel mondo c’è di anomalo, terrificante, brutale, cattivo e mostruoso che, se affrontato con astuzia, porta “tesoro” e grandi doni. Il prezioso dono delle  fiabe invece rimane quello di infondere coraggio e  fiducia nella vita attraverso l’esperienza iniziatica del racconto.

 

GIOVANNIN SENZA PAURA

Liberamente tratto da Fiabe italiane, di I. Calvino

 

C’era una volta un ragazzetto, chiamato Giovannino senza paura, perché non aveva paura di niente, ma proprio di niente, né dei ragni, né dei serpenti, né dei cani,  né dei draghi, né delle streghe… Giovannino se ne girava per il mondo e una sera, che c’era un forte temporale, si fermò in una locanda a chiedere alloggio.

– Qui di posto non ce n’è, è tutto pieno, — disse il padrone, — ma se non hai paura ti mando in un palazzo abbandonato.

– Perché dovrei aver paura?

– Perché ci si sente e nessuno ne è potuto uscire altro che morto. La mattina ci va la Compagnia con la bara a prendere chi ha avuto il coraggio di passarci la notte.

Figuratevi Giovannino! Si portò un lume, una bottiglia, una salciccia, e andò. A mezzanotte mangiava seduto a tavola, quando dalla cappa del camino sentì una voce che diceva:

– Butto?

E Giovannino rispose:

– E butta!

Dal camino cascò giù una gamba d’uomo. Giovannino non si spaventò per nulla e bevve un bicchier di vino. Poi la voce disse ancora:

– Butto?

E Giovannino: – E butta!

E venne giù un’altra gamba. Giovannino addentò la salsiccia.

– Butto?

– E butta! –   E venne giù un braccio. Giovannino si mise a fischiettare.

– Butto?

– E butta! –    E giù un altro braccio.

– Butto?

– E butta!

E cascò un busto che si riappiccicò alle gambe e alle braccia e Giovannino vide un uomo in piedi senza testa.

– Butto?

– Butta!

Cascò la testa e saltò in cima al busto. Era un omone gigantesco.

Giovannino alzò il bicchiere e disse: – Alla salute!

L’omone disse: – Piglia il lume e vieni.

Giovannino prese il lume, ma non si mosse.

– Passa avanti! – disse Giovannino.

– Tu! –  disse l’uomo.

– Tu! — disse Giovannino.

Allora l’uomo passò avanti e attraversò il palazzo, una stanza dopo l’altra, con Giovannino dietro che faceva luce. In un sottoscala c’era una porticina.

– Apri! – disse l’uomo a Giovannino.

E Giovannino: – Apri tu!

E l’uomo aprì con una spallata. C’era una scaletta a chiocciola.

– Scendi! – disse l’uomo.

– Scendi prima tu! – disse Giovannino.

Scesero in un sotterraneo e l’uomo indicò una lastra di pietra per terra.

– Alzala!

– Alzala tu! – disse Giovannino.  E l’uomo la sollevò come fosse stata una pietruzza. Sotto c’erano tre marmitte d’oro.

– Portale su! – disse l’uomo.

– Portale su tu!  – disse Giovannino.

– E l’uomo se le portò su una per volta.

Quando furono di nuovo nella sala del camino, l’uomo disse:

– Giovannino, l’incanto è rotto!

In quel momento gli si staccò una gamba che sparì su per il camino.

– Di queste marmitte una è per te –  e gli si staccò un braccio che s’arrampicò su per il camino.

– Un’altra è per la Compagnia che ti verrà a prendere credendoti morto – E gli si staccò anche l’altro braccio,  che seguì il primo.

– La terza è per il primo povero che passa!  – Gli si staccò l’altra gamba e l’omone rimase seduto per terra.

– Il palazzo tienilo pure tu! – E gli si staccò il busto e rimase solo la testa. Infine anche la testa si sollevò e salì per la cappa del camino.

Giovannino finì di mangiare la sua salsiccia e poi andò a dormire e si addormentò tranquillo come un angioletto. All’alba aprì la finestra e sentì un canto: Miserere mei, miserere mei.  Era la Compagnia con la bara che veniva a prendere Giovannino pensando che fosse morto. Figuratevi quando lo videro alla finestra che fumava la pipa! Giovannin senza paura con quelle monete d’oro fu ricco e abitò felice nel castello. Finché un giorno non gli successe una cosa davvero strana… Era sera, il sole stava tramontando ed egli stava camminando lungo la strada. Improvvisamente vide un’ombra scura dietro di sé. Si girò e si spaventò così tanto, ma così tanto, che cadde a terra morto. Sapete cos’aveva visto? Niente di terribile, semplicemente la sua OMBRA.

Questa è la storia di Giovannin che non aveva paura di niente, fuorché della sua ombra.

 

(Italo Calvino, Fiabe italiane, volume I, Oscar Mondadori, Milano, 2011)

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U j’è i fulét!

 

Fate e folletti nei boschi di Onferno! Seguiteci negli spettacoli itineranti nell’incantato giardino botanico a Onferno, deliziosa e magica località nei pressi di Rimini. Vi aspettiamo numerosi… anzi no! Non troppo numerosi, i posti sono limitati!