Grotta di Gabillou ( Dordogne, France) Uomo bovide.

Uno degli “sciamani danzanti”, personaggio della grotta dei Trois Frères, che mimetizzato tra gli animali sta saltellando.

 

“Molto tempo fa quando il mondo era nuovo di zecca…
gli esseri viventi si assomigliavano tutti ed erano molto diversi da come sono oggi.
Non avevano idea di cosa sarebbero diventati”
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(La preistoria, Enciclopedia dei ragazzi (2004), di Maria Arcà, Elisa Manacorda)

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Sostando di tanto in tanto in inverno, in un ritiro interiore, si finisce per pensare alle stagioni che lo precedono e lo seguono, e ai corrispondenti “stati dell’essere”. Ne risulta un ciclo di trasformazione continua: la capacità di sopravvivere delle specie viventi e dell’uomo risiede nell’adattabilità al continuo mutamento.
Così viaggiando, prendendo respiro, nel ciclo delle metamorfosi della natura, nel susseguirsi delle stagioni e delle loro celebrazioni si giunge a pensare un’espressione artistica che dia forma alla metamorfosi. Ed è il momento di accogliere le maschere del carnevale, cioè il Carrus Navalis (carro navale), dove tutto è al contrario, le visioni si rovesciano, i mondi cambiano. Il carnevale porta maschere e travestimenti uniti in un’esplosione di colori e temi. Cos’è la maschera se non l’abito della trasformazione? L’indossare un flusso, rappresentare la permanenza del mutamento: “ciò che non muta e permane sotto ogni trasformazione”.

Quest’anno l’ho aperto su questo blog con l’augurio di vivere il seme che è albero, e l’albero che è seme. In seme e albero è nascosta una grande potenza, quella della trasformazione. Quasi fantastichiamo, a carnevale, a immaginare come germoglierà il nostro seme nella futura primavera. Giochiamo a inventare, a creare nuove possibilità.
Con la maschera e le sue molteplici capacità possiamo vivere più facilmente la trasformazione. Indossare una maschera è cambiare e rinascere sotto altri aspetti, proprio come il seme diventa albero, poiché non vi può essere sviluppo senza trasformazione.

Quando sono nate le prime maschere? Le prime sono indubbiamente legate al mondo della natura, sono natura, l’uomo è animale e l’animale è uomo. In certi casi uomini e animali si mescolano, divenendo ibridi. Accadde in molti luoghi del mondo, ad esempio nelle variopinte grotte francesi come  Lascaux, la Grotta Chauvet, risalente a 30.000 anni fa e la Grotta di Gabillou (Dordogne, France) in cui troviamo un curioso Uomo bovide.
Da epoche memorabili gl’ibridi uomo-animale hanno rappresentato la magia del cambiamento, sia per utilità –come la caccia necessaria all’uomo per sopravvivere–, sia come preghiera o ritualità nelle varie religioni. Dall’ibrido si sono susseguite ulteriori trasformazioni in cui maschere e travestimenti hanno mantenuto il loro ruolo di  “mezzo di trasporto” da uno stato all’altro dell’essere, una tessera nel ciclo della vita.

Il termine “maschera”, dalla voce preindoeuropea masca, significa “fuliggine”. La fuliggine, componente aerea e sottile della cenere, d’un rogo, indica un’ulteriore trasformazione del seme e dell’albero: da legno a calore, fiamma, luce e infine fuliggine. La fuliggine tinge di nero le mani, è traccia di un mutamento, quasi un fermarlo, ritrovarlo. Una delle prime forme di mascheramento veniva attuata tramite il trucco, attraverso la pittura di volto e corpo con terre e probabilmente con la fuliggine, resto dei pasti e della vita intorno al fuoco.
Stregone, Les trois Frères. Rilievo di H. Breuil da A. Leroi-Gourhan, I primi artisti d'Europa Stregone, Les trois Frères. Rilievo di H. Breuil da A. Leroi-Gourhan, I primi artisti d'Europa
Non ci sono fonti che indichino con certezza l’origine della maschera ma per certo abbiamo dei meravigliosi esempi di pitture, incisioni rupestri, sculture paleolitiche che ci indicano il profondo legame tra uomo e animale e la rete di cui siamo parte in questo ecosistema.

Pittura rupestre del Paleolitico (1500 a. C. ca.)

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