Maschera e Tragedia, la canzone del capro

C’è una particolare forza dell’opera
che riesce a farsi dimenticare in quanto tale,
ma che lascia il suo seme.
Italo Calvino, Perché leggere i classici

Ecco il volto antico di un Dioniso, apparentemente dimenticato e perso nei meandri del tempo. Anche i miti bussano alle porte della memoria, con le loro barbe dalle sembianze di pigna (culla di sementi), proprio come compare in questa terracotta e come accennato da Calvino: sembrano dimenticati, i miti, le opere, ma lasciano le loro storie da coltivare e far crescere. Proseguiamo il viaggio della maschera iniziato con gli uomini zoomorfi dagli strani copricapi e costumi (Le origini della maschera) navigando nei mari dei miti, della fiaba ma, sopratutto, dei culti dionisiaci: sono molti i punti d’incontro tra le fiabe della tradizione, i miti e le tragedie. In questi racconti sempre originali compaiono eroi, protagonisti di avventure e disavventure. Ma perché i classici rimangono originali oltrepassando le barriere del tempo e cosa c’entra Dioniso? Italo Calvino diceva a proposito dei classici: “Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani”.

Il classico è quel racconto da servir da modello e la sua culla è la tragedia greca che pian piano ci ricollega a quell’uomo barbuto che compare ad inizio pagina. Come tramandare un modello e incarnare avventure se non osservando e vivendo una buona tragedia a teatro? I nostri antenati lo facevano, quando gli attori erano ritenuti persone sagge ed onorevoli quanto i politici. Il teatro, un mondo in cui da sempre reale e fantastico si uniscono in un equilibrio che sembra sempre venir rotto e ricostituito.
Niente di meglio che servirsi di una maschera, tra gli equilibri bislacchi, per evocare quegli archetipi che ognuno di noi conserva nel cuore. Pare che le tragedie all’inizio fossero rituali, odi per i capri, animali sacri a Dioniso. Ecco cosa c’entra Dioniso. Aristotele nella Poetica (IV, 144 9a) afferma che la tragedia deriva da “coloro che intonavano il ditirambo”, un canto corale in onore di Dioniso in cui avveniva un dialogo fra chi guidava il coro, detto corifeo, e il resto del coro.
Il teatro tragico è dunque da lui collegato al culto dionisiaco. Come accade per le origini della maschera, che rimangono ignote, anche le origini della tragedia hanno il loro velo di mistero, forse è proprio questo a renderla ancor più magica. I miti parlano del quotidiano, dei sogni, ma non hanno un giorno natale, né un’origine, come fossero sempre vissuti nel mondo dell’invisibile per essere poi cantati e raccontati al mondo manifesto, attraverso quel mezzo che noi chiamiamo “maschera”, nel teatro.

Il ghigno di Papposileno L’incredibile maschera del saggio essere semi-ferino di età ellenistica, recuperata dal fondo del mare. Nella cultura greca Papposileno vive nei boschi, detesta la società civilizzata e partecipa a cortei e banchetti cantando con voce melodiosa.

Abbiamo parlato delle tragedia perché ancora una volta c’è un animale a far da tramite tra noi e la maschera. nella foto precedente compare la maschera di Papposileno con il suo ghigno, un’opera usata a teatro e ritrovata sul fondo del mare. Questo volto apparteneva ad un essere mitologico semi-ferino, cioè mezzo uomo e mezzo animale, belva, chiamato appunto Papposileno: si narra fosse un anziano saggio ma selvatico a cui venne affidato Dioniso quand’era solo un bambino. Erodoto, invece, nelle Storie (I, 23) racconta che l’inventore della tragedia e il cantore fu Arione di Metimna: fu il primo a dare un titolo a ciò che pronunciava il coro recitando in opposizione al canto, durante le odi.
Egli insegnò agli uomini truccati da satiri con orecchie caprine, a cantare tali inni. Per incarnare il mito ecco la maschera, il trucco, un animale parlante. Il termine ‘tragedia’ pare derivi dalla parola τραγος, capro, un animale presente nelle tradizioni mitologiche greche. Spesso infatti Dioniso era assimilato ad un capro e i componenti del coro che intonavano il ‘ditirambo’ (l’ode del capro, da ‘Tragos’, capro e ‘Odia’, ode) in onore a Dioniso erano satiri, per metà uomini e per metà capri. Aristotele nella Poetica riferisce che la tragedia si sviluppò sempre più fino a raggiungere la sua forma classica.

Gli spettacoli allestiti in occasione di queste feste religiose erano pubblici e aperti a tutti: il momento della partecipazione alle rappresentazioni era un’occasione importante per la vita della città, faceva parte dell’educazione del cittadino, della sua παιδεια (paideia): esso racchiudeva in sé una valenza religiosa, in quanto la tragedia è un esempio divino e una riflessione divina sulla natura della divinità; una valenza politica, in quanto il teatro greco ha funzione educativa rivolta a tutti i cittadini; e infine agonistica, essendo una vera e propria gara poetica, a conferma dello spirito agonistico molto forte nella mentalità dei greci.

Essendo queste rappresentazioni una forma di culto pubblico, ciascun cittadino poteva essere ammesso gratuitamente; solo in seguito fu stabilito un gettone d’ingresso, al prezzo di due oboli, che dava diritto a un posto numerato; tuttavia i cittadini poveri godevano di un sussidio dello Stato ed erano ammesse anche le donne, perché a tutti doveva essere consentita la partecipazione a questo importantissimo mezzo di educazione sia civile che religiosa.

(Fonti: Mondo greco)

Maschere greche da teatro Maschere greche usate nella rappresentazioni delle tragedie.

Una ulteriore versione dei fatti ci spiega come all’inizio gli attori non usavano maschere ma trucchi a base di biacca. Fu Tespi, altro supposto creatore della tragedia, a introdurre l’uso della maschera di lino, a volte di sughero o di legno. Non se ne è conservata nessuna, tranne qualche copia di marmo o di terracotta.

Fu indotto a questa soluzione per motivi di forza maggiore: nel teatro una distanza di almeno 18 metri separava gli attori dal pubblico, che sedeva nella prima fila, al di là dell’orchestra, e circa 90 metri li dividevano dalle ultime file. Era quasi impossibile percepire i mutamenti del volto, così essenziali nelle rappresentazioni teatrali.

In effetti, ciò che più importava al pubblico greco, che non disponeva della guida di un programma, era di individuare subito il personaggio (un attore poteva cambiare maschera nel corso della stessa rappresentazione). Conoscendo approssimativamente la trama, il pubblico era in grado di individuare immediatamente dalla maschera il personaggio in scena.

La maschera finì col coprire tutta la testa, per cui non si usavano parrucche separate. La faccia veniva dipinta di bianco-grigio per rappresentare le donne, e con colori più scuri per rappresentare gli uomini. Mostrava lineamenti naturali ben marcati. Polluce enumera ventotto maschere di repertorio per i personaggi della tragedia.

Anche il coro portava maschere.

Mosaico con maschere sceniche Mosaico, intarsio II secolo d.C. Mosaico cm 74,6 trovato nel 1824 nella Vigna dei Gesuiti sull'Aventino, Roma.

(Fonte: Baccanti)

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Giovannin senza paura

 

Questa favola è un valido esempio di iniziazione alla paura per i nostri piccoli che mira a infondere coraggio. È una storia edita da Calvino che presenta alcuni elementi tipici della fiaba infantile, genere perpetuato attraverso una tradizione umile e familiare, con caratteristiche in questo caso, data la prossimità della festa di Halloween, “paurose e truculente” come scrive lo stesso Calvino, caratteristiche in gran parte opposte a quel che sono oggi i requisiti della letteratura infantile. Entrare nell’atmosfera di questa fiaba è facile,  basta immaginare un focolare, una vecchia poltrona e un narratore maturo che racconta ai nipoti la terribile storia di ″Giovannin senza paura”. Si può partecipare al terrore che la voce infonde nell’animo dei piccoli uditori quando descrive il fischiare delle canne all’esterno del palazzo e pronuncia le terribili parole: -“Butto butto, butto giù nel nome di Dio! E butupum dal camin vien giù una gamba”.  Si racconta dunque ai ragazzi ciò che nel mondo c’è di anomalo, terrificante, brutale, cattivo e mostruoso che, se affrontato con astuzia, porta “tesoro” e grandi doni. Il prezioso dono delle  fiabe invece rimane quello di infondere coraggio e  fiducia nella vita attraverso l’esperienza iniziatica del racconto.

 

GIOVANNIN SENZA PAURA

Liberamente tratto da Fiabe italiane, di I. Calvino

 

C’era una volta un ragazzetto, chiamato Giovannino senza paura, perché non aveva paura di niente, ma proprio di niente, né dei ragni, né dei serpenti, né dei cani,  né dei draghi, né delle streghe… Giovannino se ne girava per il mondo e una sera, che c’era un forte temporale, si fermò in una locanda a chiedere alloggio.

– Qui di posto non ce n’è, è tutto pieno, — disse il padrone, — ma se non hai paura ti mando in un palazzo abbandonato.

– Perché dovrei aver paura?

– Perché ci si sente e nessuno ne è potuto uscire altro che morto. La mattina ci va la Compagnia con la bara a prendere chi ha avuto il coraggio di passarci la notte.

Figuratevi Giovannino! Si portò un lume, una bottiglia, una salciccia, e andò. A mezzanotte mangiava seduto a tavola, quando dalla cappa del camino sentì una voce che diceva:

– Butto?

E Giovannino rispose:

– E butta!

Dal camino cascò giù una gamba d’uomo. Giovannino non si spaventò per nulla e bevve un bicchier di vino. Poi la voce disse ancora:

– Butto?

E Giovannino: – E butta!

E venne giù un’altra gamba. Giovannino addentò la salsiccia.

– Butto?

– E butta! –   E venne giù un braccio. Giovannino si mise a fischiettare.

– Butto?

– E butta! –    E giù un altro braccio.

– Butto?

– E butta!

E cascò un busto che si riappiccicò alle gambe e alle braccia e Giovannino vide un uomo in piedi senza testa.

– Butto?

– Butta!

Cascò la testa e saltò in cima al busto. Era un omone gigantesco.

Giovannino alzò il bicchiere e disse: – Alla salute!

L’omone disse: – Piglia il lume e vieni.

Giovannino prese il lume, ma non si mosse.

– Passa avanti! – disse Giovannino.

– Tu! –  disse l’uomo.

– Tu! — disse Giovannino.

Allora l’uomo passò avanti e attraversò il palazzo, una stanza dopo l’altra, con Giovannino dietro che faceva luce. In un sottoscala c’era una porticina.

– Apri! – disse l’uomo a Giovannino.

E Giovannino: – Apri tu!

E l’uomo aprì con una spallata. C’era una scaletta a chiocciola.

– Scendi! – disse l’uomo.

– Scendi prima tu! – disse Giovannino.

Scesero in un sotterraneo e l’uomo indicò una lastra di pietra per terra.

– Alzala!

– Alzala tu! – disse Giovannino.  E l’uomo la sollevò come fosse stata una pietruzza. Sotto c’erano tre marmitte d’oro.

– Portale su! – disse l’uomo.

– Portale su tu!  – disse Giovannino.

– E l’uomo se le portò su una per volta.

Quando furono di nuovo nella sala del camino, l’uomo disse:

– Giovannino, l’incanto è rotto!

In quel momento gli si staccò una gamba che sparì su per il camino.

– Di queste marmitte una è per te –  e gli si staccò un braccio che s’arrampicò su per il camino.

– Un’altra è per la Compagnia che ti verrà a prendere credendoti morto – E gli si staccò anche l’altro braccio,  che seguì il primo.

– La terza è per il primo povero che passa!  – Gli si staccò l’altra gamba e l’omone rimase seduto per terra.

– Il palazzo tienilo pure tu! – E gli si staccò il busto e rimase solo la testa. Infine anche la testa si sollevò e salì per la cappa del camino.

Giovannino finì di mangiare la sua salsiccia e poi andò a dormire e si addormentò tranquillo come un angioletto. All’alba aprì la finestra e sentì un canto: Miserere mei, miserere mei.  Era la Compagnia con la bara che veniva a prendere Giovannino pensando che fosse morto. Figuratevi quando lo videro alla finestra che fumava la pipa! Giovannin senza paura con quelle monete d’oro fu ricco e abitò felice nel castello. Finché un giorno non gli successe una cosa davvero strana… Era sera, il sole stava tramontando ed egli stava camminando lungo la strada. Improvvisamente vide un’ombra scura dietro di sé. Si girò e si spaventò così tanto, ma così tanto, che cadde a terra morto. Sapete cos’aveva visto? Niente di terribile, semplicemente la sua OMBRA.

Questa è la storia di Giovannin che non aveva paura di niente, fuorché della sua ombra.

 

(Italo Calvino, Fiabe italiane, volume I, Oscar Mondadori, Milano, 2011)

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