Giocando con Madre Na Tura

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Cosa accadrebbe se giocassimo con Madre Na Tura mettendoci al suo posto per un giorno? Chi è Madre Na Tura? La Mamma di ogni cosa, la prima Mamma, creatrice del mondo assieme al Signor Evo Luzione.

In questo laboratorio liberamente tratto dal racconto Madre Na Tura decide di cambiare il mondo di Alberto Moravia  (dalle Storie della preistoria), che verrà letto ai partecipanti, ci inoltreremo sino all’origine dei tempi per creare maschere teatrali di animali tutti nostri, partendo dai tre preferiti di ciascun partecipante e mescolandone le caratteristiche, quasi un capriccio creativo.

I bambini avranno modo di approfondire e rinforzare certe necessità interiori quali: bellezza, forza, agilità, eleganza e altro lavorando con le caratteristiche peculiari degli animali prescelti. Un laboratorio creativo per riflettere sulle cose poiché partiremo da oggetti riciclati come bottiglie di plastica, tappi, cartone, scatolette, stoffe sino a trasformare lo scarto in opera artistica.

Cercheremo di capire da dove vengono le -cose- e perché saperle usare sia importante, come racconta Annie Leonard nel video La storia delle cose, che vedremo insieme nel luogo in cui si terrà il laboratorio: il Golem di Urbino.

Un incontro per riflettere sull’importanza dell’ambiente, della Natura e dei suoi tempi, delle sue magie e, a pensarci bene, dei suoi miracoli.

Il laboratorio è rivolto ai bambini che frequentano la IV e la V elementare e prevede un massimo di 15 partecipanti. Per partecipare è necessario iscriversi contattando l’indirizzo e-mail: g.errede@gmail.com

. Giocando con Madre Na Tura Locandina del laboratorio

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Maschera e Tragedia, la canzone del capro

C’è una particolare forza dell’opera
che riesce a farsi dimenticare in quanto tale,
ma che lascia il suo seme.
Italo Calvino, Perché leggere i classici

Ecco il volto antico di un Dioniso, apparentemente dimenticato e perso nei meandri del tempo. Anche i miti bussano alle porte della memoria, con le loro barbe dalle sembianze di pigna (culla di sementi), proprio come compare in questa terracotta e come accennato da Calvino: sembrano dimenticati, i miti, le opere, ma lasciano le loro storie da coltivare e far crescere. Proseguiamo il viaggio della maschera iniziato con gli uomini zoomorfi dagli strani copricapi e costumi (Le origini della maschera) navigando nei mari dei miti, della fiaba ma, sopratutto, dei culti dionisiaci: sono molti i punti d’incontro tra le fiabe della tradizione, i miti e le tragedie. In questi racconti sempre originali compaiono eroi, protagonisti di avventure e disavventure. Ma perché i classici rimangono originali oltrepassando le barriere del tempo e cosa c’entra Dioniso? Italo Calvino diceva a proposito dei classici: “Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani”.

Il classico è quel racconto da servir da modello e la sua culla è la tragedia greca che pian piano ci ricollega a quell’uomo barbuto che compare ad inizio pagina. Come tramandare un modello e incarnare avventure se non osservando e vivendo una buona tragedia a teatro? I nostri antenati lo facevano, quando gli attori erano ritenuti persone sagge ed onorevoli quanto i politici. Il teatro, un mondo in cui da sempre reale e fantastico si uniscono in un equilibrio che sembra sempre venir rotto e ricostituito.
Niente di meglio che servirsi di una maschera, tra gli equilibri bislacchi, per evocare quegli archetipi che ognuno di noi conserva nel cuore. Pare che le tragedie all’inizio fossero rituali, odi per i capri, animali sacri a Dioniso. Ecco cosa c’entra Dioniso. Aristotele nella Poetica (IV, 144 9a) afferma che la tragedia deriva da “coloro che intonavano il ditirambo”, un canto corale in onore di Dioniso in cui avveniva un dialogo fra chi guidava il coro, detto corifeo, e il resto del coro.
Il teatro tragico è dunque da lui collegato al culto dionisiaco. Come accade per le origini della maschera, che rimangono ignote, anche le origini della tragedia hanno il loro velo di mistero, forse è proprio questo a renderla ancor più magica. I miti parlano del quotidiano, dei sogni, ma non hanno un giorno natale, né un’origine, come fossero sempre vissuti nel mondo dell’invisibile per essere poi cantati e raccontati al mondo manifesto, attraverso quel mezzo che noi chiamiamo “maschera”, nel teatro.

Il ghigno di Papposileno L’incredibile maschera del saggio essere semi-ferino di età ellenistica, recuperata dal fondo del mare. Nella cultura greca Papposileno vive nei boschi, detesta la società civilizzata e partecipa a cortei e banchetti cantando con voce melodiosa.

Abbiamo parlato delle tragedia perché ancora una volta c’è un animale a far da tramite tra noi e la maschera. nella foto precedente compare la maschera di Papposileno con il suo ghigno, un’opera usata a teatro e ritrovata sul fondo del mare. Questo volto apparteneva ad un essere mitologico semi-ferino, cioè mezzo uomo e mezzo animale, belva, chiamato appunto Papposileno: si narra fosse un anziano saggio ma selvatico a cui venne affidato Dioniso quand’era solo un bambino. Erodoto, invece, nelle Storie (I, 23) racconta che l’inventore della tragedia e il cantore fu Arione di Metimna: fu il primo a dare un titolo a ciò che pronunciava il coro recitando in opposizione al canto, durante le odi.
Egli insegnò agli uomini truccati da satiri con orecchie caprine, a cantare tali inni. Per incarnare il mito ecco la maschera, il trucco, un animale parlante. Il termine ‘tragedia’ pare derivi dalla parola τραγος, capro, un animale presente nelle tradizioni mitologiche greche. Spesso infatti Dioniso era assimilato ad un capro e i componenti del coro che intonavano il ‘ditirambo’ (l’ode del capro, da ‘Tragos’, capro e ‘Odia’, ode) in onore a Dioniso erano satiri, per metà uomini e per metà capri. Aristotele nella Poetica riferisce che la tragedia si sviluppò sempre più fino a raggiungere la sua forma classica.

Gli spettacoli allestiti in occasione di queste feste religiose erano pubblici e aperti a tutti: il momento della partecipazione alle rappresentazioni era un’occasione importante per la vita della città, faceva parte dell’educazione del cittadino, della sua παιδεια (paideia): esso racchiudeva in sé una valenza religiosa, in quanto la tragedia è un esempio divino e una riflessione divina sulla natura della divinità; una valenza politica, in quanto il teatro greco ha funzione educativa rivolta a tutti i cittadini; e infine agonistica, essendo una vera e propria gara poetica, a conferma dello spirito agonistico molto forte nella mentalità dei greci.

Essendo queste rappresentazioni una forma di culto pubblico, ciascun cittadino poteva essere ammesso gratuitamente; solo in seguito fu stabilito un gettone d’ingresso, al prezzo di due oboli, che dava diritto a un posto numerato; tuttavia i cittadini poveri godevano di un sussidio dello Stato ed erano ammesse anche le donne, perché a tutti doveva essere consentita la partecipazione a questo importantissimo mezzo di educazione sia civile che religiosa.

(Fonti: Mondo greco)

Maschere greche da teatro Maschere greche usate nella rappresentazioni delle tragedie.

Una ulteriore versione dei fatti ci spiega come all’inizio gli attori non usavano maschere ma trucchi a base di biacca. Fu Tespi, altro supposto creatore della tragedia, a introdurre l’uso della maschera di lino, a volte di sughero o di legno. Non se ne è conservata nessuna, tranne qualche copia di marmo o di terracotta.

Fu indotto a questa soluzione per motivi di forza maggiore: nel teatro una distanza di almeno 18 metri separava gli attori dal pubblico, che sedeva nella prima fila, al di là dell’orchestra, e circa 90 metri li dividevano dalle ultime file. Era quasi impossibile percepire i mutamenti del volto, così essenziali nelle rappresentazioni teatrali.

In effetti, ciò che più importava al pubblico greco, che non disponeva della guida di un programma, era di individuare subito il personaggio (un attore poteva cambiare maschera nel corso della stessa rappresentazione). Conoscendo approssimativamente la trama, il pubblico era in grado di individuare immediatamente dalla maschera il personaggio in scena.

La maschera finì col coprire tutta la testa, per cui non si usavano parrucche separate. La faccia veniva dipinta di bianco-grigio per rappresentare le donne, e con colori più scuri per rappresentare gli uomini. Mostrava lineamenti naturali ben marcati. Polluce enumera ventotto maschere di repertorio per i personaggi della tragedia.

Anche il coro portava maschere.

Mosaico con maschere sceniche Mosaico, intarsio II secolo d.C. Mosaico cm 74,6 trovato nel 1824 nella Vigna dei Gesuiti sull'Aventino, Roma.

(Fonte: Baccanti)

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Passami un occhio, per favore

Mi passi qualche occhio? Dove sono i baffi? Mi mancano dei denti e li vorrei fare dorati! Se giro la maschera cambia faccia!

Il laboratorio dei mostri è andato così, tra fogli dorati, rossi, colle, forbici, colori, corna, baffi e buffi capelli o ciuffi sparsi. Lo spazio della libreria Parole al vento in cui abbiamo creato le nostre opere artistiche e mostruose si presta benissimo per questo tipo di attività, raccolti tra le copertine colorate dei libri in esposizione e dopo una favola letta dalla nostra amica Barbara che raccontava, guarda un po’, proprio di mostri in una libreria, con un gruppetto di frugolini ci siamo tuffati fra cartoni, occhi, bocche, fogli adesivi e denti a creare ognuno il proprio mostro, incollando e tagliando.

2013, 31 ottobre | Laboratorio A ognuno il suo mostro 2013, 31 ottobre | Laboratorio A ognuno il suo mostro

Ma come lo faccio? Dove metto la bocca?
Mentre con angoli e bocche e occhi ce la siamo cavata bene, il momento più difficile è stato quello di ritagliare i baffi. Perché, si sa, un mostro senza baffi non è un vero mostro e i nostri mostri avevano classe. Alcuni bambini continuavano a chiedere se il loro mostro fosse abbastanza spaventoso convinti che, avendo il mostro più paurosooooso, avrebbero ricevuto molti più dolcetti: più mostruosetto, più dolcetto.
Alla fine dell’opera era tutto un ARGHHHH di preparazione per la spaventevole serata. E così ho concluso dicendo ai bambini: “la prossima volta che entrerò in questa libreria non potrò venire sola, se voglio superare la paura che mi avete fatto!”.

2013, 31 ottobre | Laboratorio A ognuno il suo mostro 2013, 31 ottobre | Laboratorio A ognuno il suo mostro

Questo tipo di laboratorio per i bambini dai 3 anni in su favorisce la motricità fine, quelle azioni che comportano concentrazione con forbicine e collage, lo studio e la  ricerca delle espressioni. Apprezzo lavorare sulla “stranezza” per integrarla al quotidiano, sollecitare la possibilità che qualcosa di diverso, con più occhi e bocche per esempio, così che agisca mutando la prospettiva, un punto di vista e favorisca l’accettazione di ciò che non si conosce, ciò che ci stupisce e a volte ciò che ci spaventa.
Il collage è una tecnica sempre valida perché stimola la composizione nello spazio, con i suoi pieni, i suoi vuoti  e i suoi equilibri. Attraverso il collage, una delle prime tecniche artistiche che si insegnano ai bambini proprio per la facilità e il piacere che si provano nell’eseguirlo, si possono sviluppare la propria identità creativa e immaginativa, innalzare l’autostima, perché è un atto creativo, e così si può pian piano riconoscere il carattere del bambino che lo realizza.

2013, 31 ottobre | Laboratorio A ognuno il suo mostro 2013, 31 ottobre | Laboratorio A ognuno il suo mostro

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Halloween

Festa in maschera per Halloween
Festa in maschera per Halloween Festa in maschera per Halloween

Si avvicina il tempo di Halloween, nei campi si intravvedono zucche quasi pronte per essere raccolte, l’autunno fa cadere le sue foglie, tutto intorno ci dice che è tempo di rallentare dopo l’esplosione estiva, la natura inizia a riposare. Ma quali sono le radici della festività di Halloween?

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In rete riecheggiano miti lontani e storie di Celti. Secondo il calendario celtico in uso 2000 anni fa tra i popoli dell’Inghilterra, dell’Irlanda e della Francia settentrionale, l’anno nuovo iniziava il 1º novembre. Questo giorno coincideva con la fine della stagione calda, celebrata la notte del 31 ottobre con la festa di Samhain. Per un popolo essenzialmente agricolo come i Celti, l’arrivo dell’inverno era associato all’idea della morte e si credeva che gli spiriti esercitassero il loro potere sui raccolti dell’anno nuovo. La festa di Halloween sarebbe dunque legata al mondo della natura, ma è davvero così lontana da noi e dalla nostra cultura? La parola Halloween è attestata per la prima volta nel XVI secolo, e rappresenta una variante scozzese del nome completo All-Hallows-Eve, cioè la notte prima di Ognissanti.

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Nella nostra penisola abbiamo avuto modo di festeggiare questo periodo attraverso la festa di Ognissanti, seguita dalla Commemorazione dei defunti, istituita ufficialmente da papa Gregorio IV nell’840.
Ricapitolando, un anno sta finendo, arriva il riposo, è tempo di riflessione e con questa festività, attraverso il gioco e i dolcetti, viene dato modo di riflettere anche ai bambini su una componente molto importante della nostra vita: gli antenati. Mio figlio sta studiando a scuola proprio in questi giorni, in storia, gli antenati. Sul quaderno si trova giustamente scritto: coloro che sono vissuti prima di noi. La memoria degli antenati è importante, getta buona fondamenta per il rispetto ed una vista più ampia sul mondo, non ci fa dimenticare, magari ci aiuta a migliorare.

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Allora ecco che ritroviamo dolci come “Le ossa dei morti” in Sicilia, a Catania, che scrocchiano al morderle e pare siano durissime. La commemorazione dei defunti diventa quindi un momento per richiamarne la memoria con serenità, trasmettere ai bambini il ricordo di chi non c’è più nel modo a loro più adatto: il gioco.
In Sardegna questa commemorazione è conosciuta come Is Animeddas, Su Candeleri, Su mortu mortu, Su Peti Cocone, Su Prugadoriu o Is Panixeddas a seconda delle zone ed è una tradizione antichissima e prevede anch’essa di andare per le case a chiedere di far del bene per le anime dei morti. In alcuni paesi del Goceano, subregione della provincia di Sassari, è inoltre usanza intagliare le rape e esporle illuminate con lumini durante la notte dei morti.

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A Orsara di Puglia, un piccolo paese montano della provincia di Foggia, la notte tra l’1 e il 2 di novembre si celebra l’antichissima notte del “fucacost” (fuoco fianco a fianco): davanti a ogni casa vengono accesi dei falò (in origine di rami secchi di ginestra) che dovrebbero servire a illuminare la strada di casa ai nostri cari defunti (in genere alle anime del purgatorio) che in quella notte tornano a trovarci.
Sulla brace di questi falò, poi, viene cucinata della carne che si mangia in strada e si offre ai passanti. Nella giornata dell’1, nella piazza principale, si svolge la tradizionale gara delle zucche decorate (definite le “cocce priatorje” – le teste del purgatorio).

Allora venite mostri, spaventapasseri, diavoletti e fantasmini, streghette e vampiri, salutiamo ciò che non conosciamo e che ci può spaventare, ridiamone assieme sgranocchiando dolcetti e coccole di zucchero, illuminando di risate e zucche decorate la nostra strada e quella di chi non c’è più, non si sa mai che ci sia uno zio che confonde le strade o un nonno smemorato che perde il cammino.

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